Barbera d’Asti Dacapo e il paradosso dell’enomaniaco

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Quelli sani di mente e non fissati con il vino devono assolutamente imprimersi a fuoco in testa 3 verità indiscutibili. 1) Il vino più costoso non sempre è più buono. 2) Gli esperti-appassionati non sempre bevono vino costoso. 3) Il vino migliore NON esiste. In effetti, ci sarebbe anche un altro punto: 4) se puoi permetterti di bere vini costosissimi che sei in grado di apprezzare, fallo. La riflessione quotidiana è rivolta a chi, girando per cantine o fiere, si fionda sulle etichette di punta saltando sistematicamente i vini di ingresso o “base”. Un errore imperdonabile. Talvolta aggravato dai produttori stessi quando sentenziano: “Agli appassionati interessa questo (Barolo) più che Freisa e Dolcetto”.

La riflessione parte con la Barbera d’Asti Superiore Nizza 2008 Vigna Dacapo della cantina Dacapo di Agliano Terme, nell’astigiano. Una bella Barbera. Impenetrabile ma senza eccesso di concentrazione, ha un odore gustoso di frutta scura cremosa e spezie. Il ventaglio di profumi è intrigante, pulito e per niente selvatico: marmellata di ribes e fragole, gamma piacevole e non debordante in complessità. Perfetta la gestione della barrique e l’assaggio è una bella prova di eleganza, priva della legnosità di barbere che a centro bocca soffrono il rovere. C’è una bella croccantezza finale che rende vispa una materia ben estratta, non allappante né pesante. Ad essere pignoli, il naso è fin troppo marcato da toni dolci e immediatamente piacevoli. Che tradotto in parole povere, forzando un parallelismo coi Dolcetto, è una gran Barbera confortante, soffice e non sdolcinata. Rassicura palati che temono durezza e imprevedibilità, agli strippati suggerisce buon senso della misura e un ottimo esempio di Nizza: sottozona di barberone troppo spesso sovradimensionate e sodomizzate dal rovere.

Chiudo con qualcosa che commercialmente non dovrei dire: io preferisco Sanbastiàn, la Barbera d’Asti d’annata dei Dacapo. Fragrante, selvatica, snella, meno materia e più acidità, finale classico. Cavolo che buona!

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